Articolo di: Gabriele Vinciguerra
Entrai in quel luogo come Gulliver entra nei mondi che non gli somigliano, senza fanfare, senza profezie, con l’educazione di chi sa che potrebbe non essere il benvenuto. Non c’era nulla che chiedesse attenzione. Nessun richiamo, nessuna promessa. E proprio per questo, tutto parlava.
In una società come la nostra, dove ogni spazio si giustifica solo se produce, quel luogo sembrava aver dimenticato il motivo per cui esiste. O forse lo ricordava fin troppo bene. Non serviva a vendere tempo, ma a restituirlo. Non accelerava l’umore, lo metteva in discussione. Era un territorio straniero, abitato da oggetti che non urlavano funzione ma presenza. Dischi che non chiedevano di essere ascoltati subito, libri che non pretendevano di insegnare nulla, strumenti che non reclamavano applausi.
Come Gulliver tra i Lilipuziani, mi accorsi presto che la scala era diversa. Non più grande o più piccola, solo spostata. Qui il tempo non era un padrone, era un animale libero. Si muoveva a una velocità che non potevi impostare. O lo seguivi, o restavi fuori. E non c’era frustrazione in questo, solo una strana pace. La pace di chi smette di trattare ogni minuto come una moneta da spendere bene.
Il luogo non imponeva il passo. Si adeguava. O forse no. Respirava con chi entrava disposto a rallentare, e restava opaco a chi portava dentro la fretta come un’identità. Non accelerava, non rallentava per principio. Si accordava. Come uno strumento lasciato lì, apparentemente muto, che suona solo se sai come toccarlo.
Il paradosso non era che il tempo si fermasse. Sarebbe stata una promessa troppo facile. Il paradosso era che continuasse a muoversi, solo senza chiederti il permesso. Andava alla sua velocità, che non coincide quasi mai con la nostra. In quello scarto, qualcosa accadeva. La mente smetteva di controllare e iniziava ad abitare. Privata degli stimoli abituali, cominciava a produrre pensieri non richiesti. Non utili, non condivisibili, non monetizzabili. Pensieri veri. Di quelli che oggi consideriamo una perdita di tempo. E forse lo sono. Ma solo per un sistema che misura il valore esclusivamente in output.
Gulliver, nei suoi viaggi, scopre civiltà convinte di essere il centro del mondo, e altre che lo osservano come una curiosità passeggera. In quel luogo succedeva lo stesso. Era la nostra società a sembrare improvvisamente esotica. L’ossessione per la velocità, la necessità di riempire ogni vuoto, l’ansia di dimostrare di esserci. Tutto appariva fragile, quasi ridicolo, visto da lì.
Non c’era nostalgia in quel posto. Nessun rimpianto per un passato migliore. Non celebrava il prima, smascherava il dopo. Mostrava cosa succede quando un luogo smette di rincorrere l’attenzione e decide di meritarsela. Quando non si adegua alle logiche dominanti, ma alle persone che hanno ancora il coraggio di arrivarci senza sapere cosa farne.
Il suo nome è Soqquadro. E già il nome è una dichiarazione di intenti, detta sottovoce, come fanno le cose serie. Soqquadro non è il caos urlato, non è la confusione che rompe. È il disordine che rimette a posto ciò che avevi sistemato male. È quella lieve inclinazione della realtà che ti costringe a ricalibrare lo sguardo. Non distrugge l’ordine, lo mette in crisi. E solo ciò che regge alla crisi resta vero.
Forse il nome nasce da lì. Dal desiderio di spostare di pochi gradi l’asse del mondo, quanto basta per far cadere le certezze più fragili. In una società come la nostra, ossessionata dalla linearità, dall’efficienza, dalla narrazione chiara e vendibile, Soqquadro è una stonatura necessaria. Non spiega, non accompagna, non guida. Esiste. E questo, oggi, è già un atto politico.
Nei Viaggi di Gulliver, i luoghi magici non si trovano cercandoli. Accadono. Gulliver non parte per essere illuminato, parte per navigare. E si ritrova ogni volta spaesato, ridimensionato, messo a nudo. La magia non è nei mondi che visita, ma nell’effetto che hanno su di lui. Lo costringono a rivedere l’idea di normalità, di potere, di misura.
Soqquadro funziona allo stesso modo. Non è una destinazione da consigliare. È un luogo che incontri quando sei disposto a perdere per un attimo l’orientamento. Quando entri senza aspettarti nulla, senza voler capire subito, senza fotografare per dimostrare di esserci stato. La sua magia non sta solo nell’atmosfera, che pure è potente. Sta nel fatto che non ti viene incontro. Ti aspetta. E se non sei pronto, semplicemente non succede nulla.
Uscendo, il mondo non era cambiato. Le notifiche erano le stesse, il rumore identico, la fretta intatta. Ma qualcosa si era incrinato. L’idea che tutto debba essere immediato, performante, visibile. Come Gulliver al ritorno, portavo addosso il disagio di chi ha visto un’alternativa e ora fatica a ignorarla.
Forse certi luoghi non sono rifugi. Sono specchi.
Non ci mostrano chi eravamo.
Ci mostrano quanto ci siamo allontanati da noi stessi.
E chissà dove lo ritroveremo, Soqquadro, nei nostri viaggi quotidiani.
Non sulle mappe più battute, non nei luoghi che promettono esperienze.
Lo troveremo ogni volta che un posto decide di non semplificarsi per piacere.
Ogni volta che qualcuno accetta il rischio di non essere capito subito.
Ogni volta che il tempo non viene ottimizzato ma abitato.
Forse, oggi, la vera magia non è scoprire mondi nuovi.
È riconoscere quelli che esistono già.
E avere il coraggio di restarci abbastanza a lungo da lasciarsi mettere, almeno un po’, sottosopra.











