Articolo di: Gabriele Vinciguerra
Ci sono artisti che seguono la corrente e altri che la sfidano, tracciando strade nuove, senza paura di perdersi. Lucio Corsi appartiene a questa seconda categoria, proprio come Bob Dylan prima di lui.
Diversi nei suoni, nei tempi e nei mondi da cui provengono, eppure legati da un filo invisibile: la capacità di trasformare la musica in una narrazione profonda, visiva, quasi magica.
A Sanremo 2025, Lucio Corsi ha portato Volevo essere un duro, una ballata che gioca con l’ironia e la fragilità, un manifesto per chi ha provato a sembrare forte solo per proteggersi.
È un brano che sembra scritto con lo stesso spirito libero con cui Dylan raccontava le contraddizioni dell’America: nessun compromesso, solo verità e poesia.
L’arte come scudo contro il mondo
Corsi, come Dylan, non è un artista da palcoscenico tradizionale. È un menestrello contemporaneo, un visionario che usa le parole come immagini e la musica come un viaggio.
Ma dietro la sua estetica fuori dal tempo, dietro il trucco bianco sul viso e gli abiti teatrali, c’è una storia di fragilità vissuta sulla pelle.
Il bullismo, la diversità percepita come un ostacolo, il bisogno di rifugiarsi nell’arte per sopravvivere: Corsi ha fatto delle sue cicatrici una forza. E oggi la sua voce è quella di chiunque si sia mai sentito fuori posto.
Il peso invisibile del cyberbullismo
Se Dylan combatteva con la sua musica le ingiustizie della società, oggi Corsi affronta un altro nemico: il cyberbullismo, subdolo e invisibile, che colpisce chi osa essere diverso.
Viviamo in un’epoca in cui l’uniformità è rassicurante e la creatività spaventa. Eppure, Lucio non si piega, non si nasconde, non cambia per piacere a tutti.
Come Dylan negli anni ’60 scelse di elettrificare il folk, scandalizzando i puristi, Corsi porta avanti la sua estetica senza curarsi delle critiche. Perché il vero artista non chiede permesso: racconta, scompiglia, lascia un segno.
Un’anima libera che non segue le mode
Lucio Corsi e Bob Dylan sono figli di epoche diverse, ma entrambi rappresentano un’idea di musica che va oltre la melodia: è poesia, ribellione, libertà.
Dylan scriveva per raccontare un’America in fermento, Corsi canta per dare voce a chi è stanco di dover scegliere tra essere sé stesso e essere accettato.
Entrambi, in fondo, ci ricordano la stessa cosa: l’arte vera non ha paura di essere diversa.
Un artista che non chiede permesso
I suoi abiti non sono semplici vestiti, sono dichiarazioni d’identità. Il suo modo di stare sul palco non è una posa, è un linguaggio.
Non si può incasellare Lucio Corsi, perché lui stesso ha creato la sua categoria: quella di chi non si adatta, ma crea nuove possibilità.
A Sanremo non ha solo cantato una canzone, ha lasciato un segno, ha portato una visione. E anche quando il Festival sarà finito, la sua presenza continuerà a risuonare, perché gli artisti veri non scompaiono con il rumore del momento.
Restano, perché il loro messaggio è più forte di qualsiasi moda, di qualsiasi critica, di qualsiasi tentativo di omologazione.
Lucio Corsi non è solo un cantante. È un pezzo di futuro che si muove tra noi. E forse, è proprio di artisti come lui che abbiamo più bisogno.
















