Los Angeles brucia

Articolo di: Gabriele Vinciguerra

Los Angeles ha vissuto il suo inferno. A gennaio 2025, il Palisades Fire e l’Eaton Fire hanno devastato la città, divorando oltre 18.000 edifici, uccidendo 29 persone e costringendo più di 200.000 persone a fuggire dalle loro case. Il cielo si è tinto di un rosso spettrale, il fumo ha coperto le strade, mentre le fiamme, indifferenti alla ricchezza o alla povertà, hanno cancellato con la stessa furia ville di lusso e piccoli appartamenti.

Ma il vero danno non è solo nelle macerie. Il vero danno è quello che non si vede. È l’incendio della verità, bruciata insieme alle case. È il fuoco della disinformazione, più subdolo e devastante delle fiamme reali, che ha alimentato il panico, ha distorto la realtà, ha trasformato la paura in una moneta di scambio per chi ne ha fatto un business.

Fiamme vere, ferite reali

Ci sono tragedie che si contano in numeri e tragedie che si leggono negli occhi di chi è sopravvissuto.

La famiglia che in pochi minuti ha visto la propria casa diventare cenere. L’anziana signora evacuata senza sapere se tornerà mai nel suo quartiere. Il bambino che ha lasciato dietro di sé tutti i suoi giocattoli.

Il Morrison Hotel, storico simbolo della cultura rock, non esiste più. Anche le case di personaggi noti – Billy Crystal, Mel Gibson, Bella Hadid – sono state rase al suolo, ma non è la celebrità a rendere una perdita più o meno dolorosa. È il valore dei ricordi, delle abitudini, della sicurezza che chiamiamo casa.

L’aria stessa è diventata tossica. Gli ospedali si sono riempiti di persone con problemi respiratori, il fumo si è insinuato nelle strade, nei polmoni, nelle vite. Gli incendi hanno distrutto non solo la città, ma anche la fiducia nel futuro.

E mentre il fuoco reale consumava Los Angeles, un altro incendio stava bruciando altrove: quello della menzogna.

Il fuoco della disinformazione: quando la paura è un prodotto da vendere

Sui social media, le fiamme hanno avuto un colore ancora più irreale, più spettacolare, più manipolato.

Una delle immagini più virali ha mostrato il cartello di Hollywood avvolto dalle fiamme. Drammatico, inquietante. Perfetto. Ma falso.

Non era una foto scattata sul campo. Era un’elaborazione generata da un’intelligenza artificiale, un’immagine costruita con l’unico scopo di scioccare, far cliccare, far condividere. E ha funzionato. Milioni di persone l’hanno vista, ci hanno creduto, l’hanno diffusa, senza mai chiedersi se fosse vera.

Ma non è stata l’unica. Quartieri completamente bruciati, skyline anneriti, persone in fuga tra lingue di fuoco – immagini reali mescolate a creazioni digitali, in una spirale in cui la verità non contava più.

E poi le teorie del complotto. “Il governo ha orchestrato gli incendi per trasformare Los Angeles in una smart city prima delle Olimpiadi 2028. Una bugia assurda, eppure ripetuta così tante volte da sembrare possibile.

Perfino personaggi noti hanno contribuito al caos. Mel Gibson, con dichiarazioni ambigue, ha lasciato intendere che gli incendi non fossero casuali, che ci fosse qualcosa di più. Nessuna prova, nessun dato, solo parole lasciate cadere come scintille in una prateria secca di paura.

Ma perché tutto questo? Perché la paura vende. Perché più un contenuto è scioccante, più viene condiviso. Perché nella guerra dell’attenzione, vince chi urla più forte, non chi dice la verità.

Giornalismo o spettacolo? La linea sottile tra informare e manipolare

In un mondo dove la verità è fragile, il ruolo del giornalista è più importante che mai. Eppure, mai come in questa tragedia, il giornalismo ha mostrato le sue due anime.

Da un lato, ci sono stati cronisti coraggiosi, che hanno raccontato i fatti con onestà, che hanno mostrato la sofferenza senza sfruttarla, che hanno cercato la verità.

Dall’altro, ci sono stati coloro che hanno ceduto al fascino del sensazionalismo. Titoli urlati, immagini strazianti, interviste invadenti a persone ancora sotto shock, il tutto confezionato per generare il massimo coinvolgimento emotivo.

Nel frattempo, i social media si sono rivelati un’arma incontrollata. Qui non esiste etica, non esistono filtri, non esiste il tempo di verificare. C’è solo l’algoritmo, che premia il contenuto più estremo, più virale, più divisivo.

Ma quando la verità diventa solo una versione tra tante, quando i fatti vengono distorti per inseguire un’emozione, cosa ci resta?

Cosa resta dopo le ceneri?

Gli incendi sono stati domati. Ma Los Angeles deve affrontare un’altra ricostruzione, ancora più difficile: quella della fiducia.

Perché questa tragedia non è stata solo un disastro naturale. È stata un disastro della percezione, della manipolazione, della perdita della verità.

Il giornalismo ha il dovere di informare, non di spettacolarizzare. I social media hanno la responsabilità di fermare la disinformazione, non di alimentarla. E noi, come individui, abbiamo l’obbligo di chiedere, verificare, dubitare, prima di credere a ciò che vediamo.

Perché le fiamme bruciano una città. Ma la manipolazione brucia qualcosa di più profondo: la nostra capacità di distinguere il vero dal falso.

E se smettiamo di credere nella verità, allora abbiamo perso tutti.

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Gabriele Vinciguerra
Gabriele Vinciguerra (Laurea in psicologia), lavora sul confine tra visione e coscienza. È artista visivo e psicologico, ma prima ancora è un osservatore radicale dell’essere umano. Il suo sguardo non cerca l’effetto, cerca il punto in cui qualcosa accade davvero. Dove una persona smette di mostrarsi e inizia, anche solo per un istante, a rivelarsi. La moda è uno dei linguaggi che attraversa da anni. Non come superficie, ma come spazio identitario, luogo simbolico in cui corpo, storia e appartenenza si incontrano. Per lui l’estetica non è ornamento, è posizione. È una presa di responsabilità sul modo in cui scegliamo di apparire, e quindi di esistere. La formazione in Psicologia, con un’attenzione particolare alla dimensione sociale e ai processi evolutivi dell’individuo, non è un capitolo a parte. È la lente che orienta tutto il suo lavoro. Influenza il modo in cui guarda, ascolta, costruisce senso. Ogni progetto nasce da lì, dal tentativo di restituire complessità senza semplificazioni, profondità senza compiacimento. Accanto alle immagini ci sono le parole. Non come didascalia, ma come strumento di scavo. Le usa con precisione, perché sa che il linguaggio può fare danni o aprire spazi. Quando immagine e parola si incontrano, per lui, non devono spiegare. Devono risuonare. Il suo lavoro, come Direttore di Alpi Fashion Magazine, è questo: tenere aperto uno spazio editoriale in cui cultura, moda e psicologia non si sovrappongono, ma dialogano. Un luogo che non rassicura, ma accompagna. Un invito a guardare meglio, e forse anche a guardarsi. Non per tutti. Ma per chi è disposto a restare.

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