fedez

Articolo di Gabriele Vinciguerra

Quando Fedez è salito sul palco di Sanremo, l’atmosfera è cambiata. Nessuna trovata scenica, nessuna provocazione eccessiva: solo lui, la sua voce e un brano che pulsa di vita vissuta. Battito non è solo una canzone, è un pugno nello stomaco, una confessione senza filtri che arriva dritta al cuore.

Il pubblico l’ha sentito, l’ha capito, e in un istante l’Ariston è diventato il palcoscenico di una rinascita personale e artistica.

Fin dalle prime note, si percepisce che questo non è il solito pezzo da classifica. Il testo è diretto, quasi brutale nella sua sincerità. Parla di solitudine, di momenti bui, di un cuore che ha smesso di battere come prima e che cerca di riprendersi il suo ritmo.

Non ci sono giri di parole, non c’è retorica: c’è la cruda realtà di chi ha vissuto il successo e il crollo emotivo, di chi ha sperimentato l’assenza di certezze proprio quando tutti lo credevano inattaccabile. Fedez ha sempre saputo comunicare attraverso la musica, ma questa volta lo fa senza sovrastrutture, senza maschere.

Ma Sanremo è anche narrazione. E intorno a Fedez, la storia si scrive da sola. Il suo nome è stato sulle prime pagine per mesi: prima la malattia, poi il terremoto mediatico della sua separazione da Chiara Ferragni, infine le continue voci che hanno provato a riscrivere la sua immagine pubblica.

In molti si aspettavano un brano che rispondesse direttamente a questi eventi, una sorta di rivalsa musicale contro il gossip e le speculazioni. Ma lui ha scelto un’altra strada. “Battito” non è un attacco, non è una difesa: è semplicemente la sua verità.

E il pubblico ha risposto. La platea dell’Ariston si è divisa tra chi era pronto a lasciarsi trasportare e chi è rimasto in silenzio, sorpreso da un artista che forse non si aspettava così vulnerabile.

Il brano, nel frattempo, ha preso il volo nelle classifiche, segno che la sua forza non sta nelle polemiche ma nella capacità di arrivare dritto all’anima di chi ascolta. La critica, spesso spietata con lui, questa volta ha dovuto riconoscere l’onestà del pezzo, lodando sia il coraggio del messaggio che la solidità dell’arrangiamento.

Non sorprende, quindi, che i bookmaker lo diano tra i favoriti. Accanto a nomi storici e a rivelazioni dell’anno, Fedez si sta giocando una delle sue carte migliori. Se dovesse vincere, sarebbe un trionfo non solo per lui ma per la sua evoluzione artistica, per un percorso che lo ha portato a essere più di un semplice hitmaker.

Sarebbe il segnale che il pubblico ha bisogno di autenticità, di canzoni che raccontano più di una melodia accattivante.

Eppure, Sanremo non è solo una gara, è una battaglia interiore. Fedez non sta semplicemente cercando di vincere un trofeo, sta dimostrando qualcosa a se stesso e a chiunque abbia mai dubitato di lui.

Con “Battito”, ha già vinto la sfida più importante: quella di rimanere fedele a sé stesso, anche quando tutto intorno a lui sembrava volerlo definire diversamente.

Alla fine, la musica è questo: un cuore che batte, che si fa sentire, che non si ferma. E Fedez, con questa canzone, ha dimostrato che il suo non ha mai smesso di farlo.

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Gabriele Vinciguerra
Gabriele Vinciguerra (Laurea in psicologia), lavora sul confine tra visione e coscienza. È artista visivo e psicologico, ma prima ancora è un osservatore radicale dell’essere umano. Il suo sguardo non cerca l’effetto, cerca il punto in cui qualcosa accade davvero. Dove una persona smette di mostrarsi e inizia, anche solo per un istante, a rivelarsi. La moda è uno dei linguaggi che attraversa da anni. Non come superficie, ma come spazio identitario, luogo simbolico in cui corpo, storia e appartenenza si incontrano. Per lui l’estetica non è ornamento, è posizione. È una presa di responsabilità sul modo in cui scegliamo di apparire, e quindi di esistere. La formazione in Psicologia, con un’attenzione particolare alla dimensione sociale e ai processi evolutivi dell’individuo, non è un capitolo a parte. È la lente che orienta tutto il suo lavoro. Influenza il modo in cui guarda, ascolta, costruisce senso. Ogni progetto nasce da lì, dal tentativo di restituire complessità senza semplificazioni, profondità senza compiacimento. Accanto alle immagini ci sono le parole. Non come didascalia, ma come strumento di scavo. Le usa con precisione, perché sa che il linguaggio può fare danni o aprire spazi. Quando immagine e parola si incontrano, per lui, non devono spiegare. Devono risuonare. Il suo lavoro, come Direttore di Alpi Fashion Magazine, è questo: tenere aperto uno spazio editoriale in cui cultura, moda e psicologia non si sovrappongono, ma dialogano. Un luogo che non rassicura, ma accompagna. Un invito a guardare meglio, e forse anche a guardarsi. Non per tutti. Ma per chi è disposto a restare.

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