Ci sono momenti in cui, entrando in una libreria, mi sorprendo a rallentare il passo. Mi fermo davanti agli scaffali, osservo i titoli, sfioro qualche copertina e penso a quanta umanità sia raccolta in quello spazio. Ci sono vite intere affidate alla scrittura, pensieri che hanno attraversato secoli, inquietudini che qualcuno ha cercato di comprendere prima di noi. Mi emoziona sapere che, tra quelle pagine, potrei incontrare le parole di una persona vissuta in un’altra epoca, capace di raccontare esattamente ciò che io stesso, forse, non sono mai riuscito a esprimere.
È una sensazione alla quale sono profondamente legato. In una libreria avverto qualcosa che va oltre il piacere della lettura. Sento la presenza dell’esperienza umana, con tutte le sue contraddizioni, la sua bellezza e le sue fragilità. E ogni volta mi rendo conto di quanto sia straordinaria la possibilità di entrare in relazione con qualcuno attraverso il suo pensiero, anche quando quel qualcuno non potremo mai incontrarlo.
Forse è anche per questo che amo perdermi tra gli scaffali senza cercare necessariamente qualcosa. Mi piace lasciare spazio alla curiosità, concedermi il piacere di non sapere dove finirò, scoprire un autore del quale ignoravo persino l’esistenza. In quei momenti sento quanto sia importante continuare a conoscere, ma soprattutto quanto sia bello poter cambiare idea, riconoscere i propri limiti e accogliere prospettive differenti dalle nostre.
Poi ci sono le persone. Quelle che entrano con un libro in mente, quelle che cercano un consiglio, quelle che desiderano semplicemente guardarsi intorno. E c’è il libraio, con la sua capacità di trasformare un luogo pieno di volumi in uno spazio di relazione. Perché dietro il suggerimento di una lettura può esserci un ascolto autentico, la sensibilità di intuire ciò che interessa a qualcuno, il desiderio di condividere una scoperta.
È questa dimensione che considero insostituibile. Una libreria appartiene anche alla vita della comunità che la frequenta. È un luogo nel quale il pensiero può circolare liberamente, dove le differenze trovano spazio e dove la cultura conserva una dimensione profondamente umana. Quando una libreria chiude, non scompare soltanto un’attività commerciale. Viene meno una parte di quella ricchezza collettiva che spesso impariamo a riconoscere soltanto quando non esiste più.
Con questi sentimenti sono entrato nella Libreria Centofiori di Milano per incontrare Vittorio Graziani.
Non conoscevo personalmente Vittorio, ma avevo avuto modo di avvicinarmi alla sua storia e al suo lavoro. Quello che desideravo comprendere, però, era soprattutto chi fosse l’uomo che aveva costruito quel percorso.
Durante la nostra conversazione ho incontrato una persona di notevole spessore umano e intellettuale. Vittorio possiede la sicurezza di chi conosce il proprio valore, ma anche la profondità di chi ha imparato a guardarsi dentro senza sottrarsi alle domande più difficili. Non nasconde i risultati raggiunti, non cerca di sminuirli per apparire modesto e, allo stesso tempo, sa riconoscere con grande naturalezza le proprie fragilità e ciò che avrebbe potuto fare diversamente.
È un atteggiamento che apprezzo molto, forse perché credo che una delle espressioni più autentiche della maturità sia proprio questa: riuscire a riconoscere il proprio valore senza trasformarlo in superiorità e accettare le proprie imperfezioni senza sentirsi per questo diminuiti.
Ascoltandolo, ho percepito una libertà interiore che mi ha colpito. La libertà di raccontare la propria storia senza doverla rendere impeccabile, di avere convinzioni precise senza rinunciare a interrogarsi, di essere orgoglioso delle proprie scelte senza dimenticare il percorso umano che le ha accompagnate.
Non cercavo risposte perfette e non ne ho ricevute di costruite per esserlo. Ho trovato qualcosa che, personalmente, considero molto più prezioso: la disponibilità a raccontarsi con sincerità.
La nostra conversazione è andata ben oltre il mestiere di libraio. E mentre lo ascoltavo ho ritrovato, anche attraverso le sue parole, una delle ragioni per cui continuo a considerare questi luoghi così preziosi: la cultura acquista un significato ancora più profondo quando diventa occasione di incontro tra esseri umani.
Alla Centofiori ero entrato per intervistare un libraio. Ne sono uscito con il piacere di aver conosciuto Vittorio.
Ha lasciato una carriera già tracciata per seguire una passione. È stata una scelta di coraggio o il timore di vivere una vita che non sentiva sua?
Assolutamente la seconda. Quando si racconta la mia storia si parla spesso di coraggio, soprattutto pensando a ciò a cui ho rinunciato. Provenivo da una famiglia nella quale la professione di avvocato si tramandava da generazioni. C’erano mio padre, mio nonno, il mio bisnonno. Uno studio già avviato, una clientela consolidata, un futuro professionale che, almeno apparentemente, non presentava particolari incognite.
Molte persone, conoscendo questa storia, mi dicono che sono stato coraggioso. Io non riesco a leggerla esattamente in questo modo. Certamente una parte di coraggio sarà stata necessaria, ma quello che mi ha spinto è stato soprattutto il rifiuto di una vita nella quale non riuscivo a immaginarmi.
Osservavo persone che percorrevano strade già stabilite, magari perché erano quelle indicate dalla famiglia, e mi domandavo come facessero ad accettarle. Io sentivo che non avrei potuto vivere così. Non era soltanto il desiderio di fare qualcosa che mi appassionasse, ma la necessità di allontanarmi da qualcosa che non mi apparteneva.
Il mondo dei libri mi interessava profondamente, naturalmente, ma non vorrei che si pensasse a una scelta compiuta esclusivamente sull’onda di una passione irresistibile. Era soprattutto il bisogno di trovare una dimensione professionale nella quale potessi riconoscermi.
I miei genitori accolsero quella decisione con una certa indifferenza. Un’indifferenza che, secondo me, apparteneva anche al modo di essere genitori della loro generazione e che, nel mio caso, ha finito per favorirmi. Non mi hanno ostacolato, mi hanno lasciato decidere.
E c’è una cosa della quale oggi sono particolarmente soddisfatto: aver costruito il mio percorso senza approfittare delle opportunità professionali che avevo già a disposizione. Non considero sbagliato ricevere l’aiuto della propria famiglia, sia chiaro. Ma aver trovato autonomamente la mia strada è qualcosa che riconosco con orgoglio.
C’è stato un momento in cui ha pensato di aver sbagliato tutto? Che cosa l’ha convinta a continuare?
No. Non c’è mai stato un momento in cui abbia pensato di aver sbagliato quella scelta.
Nel corso della mia vita professionale ho affrontato cambiamenti, preso decisioni e naturalmente commesso anche degli errori. Mi sono interrogato più volte su alcune scelte compiute all’interno del mondo dell’editoria, ma non ho mai rimesso in discussione la decisione di lasciare la strada che mi era stata preparata.
Per tornare indietro sarebbe dovuto accadere qualcosa di veramente grave, un evento impossibile da gestire.
Credo che quella scelta abbia rappresentato un passaggio fondamentale della mia crescita. Una sorta di linea d’ombra professionale, il momento in cui ti separi dal contesto familiare e cominci ad assumerti la responsabilità della tua vita.
Da quel momento sono cambiate molte cose, anche il mio modo di lavorare e di interpretare questa professione. Ma non ho mai desiderato tornare alla vita che avevo rifiutato. Su questo non ho avuto dubbi.
Ogni giorno incontra persone e ascolta le loro storie. Che cosa ha imparato sugli esseri umani che nessun libro avrebbe potuto insegnarle?
Ho imparato, prima di tutto, che esistono tantissime persone che ne sanno molto più di te. E questo vale per qualsiasi argomento.
Una libreria è un osservatorio straordinario da questo punto di vista. Incontri persone che possiedono conoscenze, esperienze e sensibilità incredibili. A volte ti trovi davanti a qualcuno che, nel giro di pochi minuti, ti fa comprendere quanto sia ancora limitato quello che sai. È un’esperienza che ti costringe a ridimensionarti, nel senso migliore del termine.
Io credo che nella vita bisognerebbe avere sempre presente questa possibilità: incontrare qualcuno che ne sa più di noi. È una forma di umiltà che il mio lavoro mi permette di sperimentare quotidianamente.
Naturalmente ho conosciuto anche aspetti meno piacevoli del comportamento umano. Mi colpisce soprattutto la mancanza di consapevolezza di certe persone rispetto ai propri atteggiamenti. Persone che si comportano in modo scortese, maleducato, egocentrico, senza rendersi minimamente conto dell’effetto che producono sugli altri. Parlano, occupano spazio, ignorano completamente il contesto nel quale si trovano.
Ma sarebbe profondamente ingiusto fermarsi a questo.
Ho incontrato persone di una bellezza umana straordinaria, persone capaci di una profondità e di una vicinanza al senso della vita che mi hanno veramente impressionato.
È una delle grandi ricchezze di questo mestiere. Il contatto quotidiano con gli altri ti mette davanti a quanto possa essere diversa l’umanità, nel bene e nel male. E quando hai la fortuna di incontrare certe persone, torni inevitabilmente a interrogarti anche su te stesso.
Per me è davvero un bagno di umiltà quotidiano.
Un libraio sceglie anche quali idee proporre ai lettori. Dove finisce il consiglio culturale e comincia il condizionamento?
Credo che una delle qualità fondamentali di un libraio sia la capacità di mantenere un equilibrio.
Quando apri una libreria metti a disposizione un’offerta molto ampia, fatta di libri, autori e prospettive differenti. Ma non puoi pensare che tutto debba ruotare intorno ai tuoi gusti personali, così come non puoi limitarti a proporre soltanto ciò che il pubblico già conosce o desidera acquistare.
Il punto fondamentale è trovare un incontro tra quello che tu ritieni importante consigliare e quello che il lettore sta cercando.
Questo significa anche saper comprendere la persona che hai davanti. Devi intuire il percorso di lettura che sta compiendo, riconoscere i suoi interessi, capire che cosa potrebbe desiderare in quel particolare momento. E devi farlo tenendo conto anche di ciò che il mondo editoriale propone.
Se il libraio diventa troppo presente, se pretende di indirizzare continuamente le scelte, finisce per sbagliare. Ma sbaglia anche quando rinuncia completamente alla propria funzione culturale e si limita ad assecondare passivamente il gusto più diffuso.
Per spiegarmi utilizzo spesso una proporzione molto semplice: se nelle relazioni con i lettori riesci a mantenere un equilibrio tra ciò che proponi tu e ciò che desiderano loro, stai lavorando bene.
È un equilibrio che riguarda il consiglio personale, ma anche il modo in cui organizzi ed esponi i libri.
Per me la qualità di una libreria si riconosce proprio da questa capacità. Non devi imporre la tua visione, ma nemmeno rinunciare ad averne una.
Oggi abbiamo accesso a più informazioni che mai. Secondo lei stiamo diventando più consapevoli o semplicemente più informati?
Secondo me non stiamo diventando né più consapevoli né realmente più informati.
Abbiamo sicuramente molte più possibilità di accedere alle informazioni. Le fonti si sono moltiplicate, i contenuti sono disponibili ovunque e in qualsiasi momento. Ma il problema non è la quantità di informazioni che riceviamo. È la qualità dell’approfondimento che siamo disposti a compiere.
E io continuo a credere che questa profondità si raggiunga soprattutto attraverso la lettura. Parlo dei libri, naturalmente, ma anche delle riviste specializzate, di tutto ciò che richiede attenzione, continuità e la volontà di soffermarsi realmente su un argomento.
Non ritengo che un film, una serie televisiva, un documentario o un contenuto online possano sostituire il tipo di approfondimento che offre la lettura. Possono certamente rappresentare occasioni di conoscenza, ma per me non hanno la stessa capacità di portarci dentro una materia.
Il problema italiano, poi, è particolarmente serio. Leggiamo poco, e in alcune aree del Paese la situazione è ancora più preoccupante. Questo, secondo me, ha conseguenze inevitabili sul livello di approfondimento e sulla consapevolezza culturale.
Non vorrei sembrare eccessivamente negativo, ma è quello che penso.
La disponibilità di informazioni non coincide con la conoscenza. Possiamo ricevere continuamente notizie e contenuti senza sviluppare una reale capacità di comprenderli. Ed è proprio questo il rischio che vedo oggi.
Utilizza i social per avvicinare le persone alla lettura. Non trova contraddittorio promuovere la profondità attraverso strumenti che premiano la superficialità?
È una bellissima domanda, perché credo che tocchi un aspetto importante del nostro lavoro.
Io penso che esistano modi molto diversi di utilizzare i social. Noi cerchiamo, in tutto quello che realizziamo, di inserire almeno una piccola dose di profondità. Anche quando il contenuto è breve, anche quando il linguaggio deve necessariamente adattarsi allo strumento.
Il nostro obiettivo non è ottenere immediatamente una vendita. Quando pubblichiamo un consiglio di lettura lo mettiamo a disposizione di un pubblico molto ampio, che spesso non ha neppure la possibilità di venire fisicamente alla Centofiori. Quel lavoro richiede comunque studio, preparazione e una vera attività di costruzione del contenuto, senza che questo si traduca necessariamente in un beneficio commerciale diretto.
Certamente ci piacerebbe che le persone, conoscendoci attraverso i social, decidessero di venire in libreria. Ma c’è anche un altro obiettivo: proporre letture libere, non scontate, capaci di suscitare il desiderio di approfondire.
Capisco perfettamente la contraddizione che mi sottoponi. È vero che i social tendono a favorire una comunicazione rapida e spesso superficiale. Ma non credo che questo significhi che ogni contenuto debba necessariamente essere superficiale.
C’è un elemento che considero fondamentale: la relazione.
Un reel di venti secondi può raggiungere una persona che, in quel momento, è particolarmente ricettiva. Può suscitare una curiosità, far nascere una domanda, indurla a cercare qualcosa che prima non conosceva. Anche un contenuto molto breve può diventare l’inizio di un’esperienza più profonda.
Per questo non demonizzerei lo strumento in sé. Bisogna considerare anche quello che può accadere tra chi comunica e chi riceve quel messaggio.
E poi c’è un aspetto che spesso non viene percepito. Quando realizziamo un video dedicato a uno scrittore, dietro quel minuto o minuto e mezzo possono esserci settimane di studio, oppure mesi trascorsi a leggerne le opere.
Quello che appare semplice e immediato è il risultato di un lavoro molto più articolato.
Ed è proprio questa preparazione che, secondo me, permette di utilizzare anche uno strumento rapido senza rinunciare alla qualità di ciò che si vuole trasmettere.
Si dice spesso che i giovani leggano poco. Quanto è una loro responsabilità e quanto dipende dai modelli culturali e familiari che abbiamo costruito?
Credo che una responsabilità enorme appartenga alla scuola.
Il problema principale, secondo me, è il modo in cui troppo spesso viene costruito il rapporto tra i ragazzi e la lettura. Leggere diventa un obbligo, e questo obbligo viene frequentemente associato a libri che non sono quelli giusti per quel particolare momento della loro crescita.
Penso che sarebbe necessaria una revisione profonda dei criteri con i quali gli insegnanti scelgono le letture da proporre agli studenti. E parlo di un percorso che dovrebbe cominciare fin dall’infanzia e proseguire fino all’università.
Non è una questione marginale. È uno dei problemi più importanti che, come operatori del settore, dovremmo affrontare.
Quando un ragazzo sviluppa un rapporto negativo con la lettura, le conseguenze possono accompagnarlo per molti anni. Quel ragazzo diventa un adulto di venticinque, trenta o quarant’anni che continua a vivere il libro come qualcosa di estraneo, oppure come un’esperienza associata a un obbligo.
Naturalmente anche la famiglia ha una responsabilità, ma farei una distinzione.
Non sono convinto che crescere in una casa senza libri significhi necessariamente diventare una persona che non legge. Un ragazzo può trovare stimoli altrove, oppure sviluppare autonomamente una curiosità che non appartiene al suo ambiente familiare. Può accadere anche il contrario: vivere circondati dai libri e non avere alcun interesse per la lettura.
Credo che la responsabilità più importante dei genitori sia quella di stimolare la curiosità dei figli.
Questo non significa obbligarli a leggere. Significa accompagnarli nella scoperta del mondo, farli viaggiare, proporre esperienze differenti, mostrare loro realtà che non conoscono, evitare che tutto si riduca sempre alle stesse abitudini.
Bisogna aiutarli ad aprire la mente.
Quando riesci a suscitare curiosità, hai già creato una condizione importante perché possa nascere anche il desiderio di leggere.
Ma continuo a pensare che il nodo fondamentale sia il rapporto tra scuola e lettura. È lì che dovremmo intervenire con maggiore attenzione.
Le è mai capitato di dover scegliere tra ciò in cui credeva e ciò che conveniva economicamente alla libreria? Come ha vissuto quella scelta?
Mi è capitato di fare scelte che rispondevano anche a una convenienza economica, naturalmente. Ma non le ho mai vissute come un problema morale o come un tradimento di ciò in cui credo.
Torno ancora una volta al concetto di equilibrio.
Non penso che la qualità culturale di una libreria e la sua sostenibilità economica debbano necessariamente essere in contrasto. Anzi, credo che le due cose possano e debbano sostenersi reciprocamente.
Se una libreria funziona economicamente, ha anche maggiori possibilità di costruire e mantenere un’offerta culturale di qualità.
Per questo non considero sbagliato prendere decisioni che siano economicamente vantaggiose. Bisogna comprendere quale funzione abbiano quelle scelte all’interno del progetto complessivo.
La convenienza economica può essere funzionale proprio alla qualità della libreria.
Non ho mai sentito di dover scegliere tra due mondi inconciliabili. Per me fanno parte dello stesso lavoro, e la capacità di gestirli insieme è fondamentale.
Il suo impegno per la Hoepli va oltre la gestione di una libreria. Che cosa perde una società quando lascia morire uno dei suoi luoghi di cultura?
Perde qualcosa di gravissimo. E lo perde sotto molti aspetti.
Potremmo parlare per ore di ciò che rappresenta la chiusura della Hoepli, ma vorrei soffermarmi soprattutto su una questione che per me è determinante: l’indipendenza.
Considero la Hoepli la libreria indipendente più importante d’Italia. E trovo inaccettabile che Milano possa perdere un luogo con una storia e un significato culturale di questa portata.
È proprio per questo che non mi sono arreso alla sua chiusura.
Oggi sono orgoglioso di essere alla guida di una cordata che sta cercando di riaprirla. Continuiamo a lavorare per raggiungere questo obiettivo e non abbiamo intenzione di rinunciare.
Ma non si tratta semplicemente di riaprire un’attività commerciale. Il punto fondamentale è restituire alla città uno spazio culturale indipendente.
Milano è una città che considero particolarmente importante nel panorama culturale italiano. E proprio per questo non può permettersi di perdere uno dei suoi principali punti di riferimento indipendenti.
Quello che mi preoccupa è il processo di industrializzazione della cultura. È un fenomeno che considero gravissimo, perché rischia di ridurre progressivamente gli spazi nei quali può esistere una proposta culturale autonoma.
La chiusura della Hoepli rappresenta, a mio giudizio, una sconfitta per l’intero ecosistema culturale italiano, e per quello milanese in particolare.
Io sono un libraio indipendente, quindi sento questa questione in maniera particolarmente forte.
Il nostro impegno nasce da qui. Dalla convinzione che Milano debba poter conservare un luogo nel quale l’indipendenza culturale continui ad avere uno spazio e un significato concreti.
Se potesse incontrare il Vittorio di vent’anni fa, che cosa gli direbbe di sé che allora non sarebbe stato pronto a comprendere?
Gli direi innanzitutto di non avere paura. Di non avere paura di nessuno, di lanciarsi di più, di lasciarsi andare.
Ma gli direi soprattutto di studiare.
Quando ero giovane avevo una buona capacità di relazione, credo anche un certo talento nei rapporti umani, ma ero molto ignorante. Avevo studiato poco, soprattutto durante gli anni del liceo, e oggi riconosco che è stata una mancanza importante.
Non ho difficoltà ad ammetterlo. Anzi, è una delle cose delle quali mi sono pentito.
Con il tempo ho compreso quanto sia fondamentale lo studio, qualunque sia il lavoro che scegli di fare. Non basta avere una predisposizione, non basta saper comunicare o riuscire a entrare facilmente in relazione con le persone. Devi prepararti, approfondire, acquisire conoscenze.
Oggi questo principio accompagna ogni aspetto del mio lavoro. Anche quando realizziamo un contenuto molto breve per i social, dietro c’è uno studio che il pubblico spesso non immagina.
Quindi direi a quel ragazzo di studiare molto di più, ma anche di avere meno paura di affrontare la vita.
All’epoca ero frenato da insicurezze, da paure personali, da fragilità che hanno accompagnato una parte del mio percorso. Sono aspetti profondi, che non è semplice ricostruire in poche parole.
Credo però che siano legati anche al processo attraverso il quale ho cercato di costruire una mia autonomia rispetto alla famiglia e al contesto nel quale ero cresciuto.
La decisione di non seguire la professione forense è stata certamente una prima tappa, ma non ha rappresentato la conclusione di quel percorso.
Ci sono stati diversi momenti, diversi passaggi. Oggi, guardandomi indietro, credo che il distacco più importante si sia compiuto proprio quando ho aperto questa libreria.
È stato allora che quel processo ha trovato una sua realizzazione.
Quanto ai miei genitori, non ho mai interpretato negativamente la loro indifferenza nei confronti delle mie scelte. Appartengono a una generazione nella quale spesso si diventava genitori molto giovani, senza essere necessariamente preparati a comprenderne tutte le responsabilità e le difficoltà.
Non credo che abbiano nemmeno una conoscenza precisa di tutto quello che faccio oggi. Sanno alcune cose, magari perché le leggono sui giornali o perché qualcuno racconta loro dei riconoscimenti che ho ricevuto. Ma non penso che abbiano davvero un’idea completa del mio lavoro.
E non ho mai vissuto questo aspetto con il risentimento che qualcuno potrebbe immaginare.
Quando ripenso al ragazzo che ero, riconosco le sue capacità, ma anche tutto quello che ancora non sapeva e le paure che lo trattenevano.
Per questo, se potessi parlargli oggi, gli direi semplicemente di prepararsi meglio, di studiare, di avere più fiducia nelle proprie possibilità.
E soprattutto di lasciarsi andare.





