Mi sono chiesto per quale ragione alcune delle aziende tecnologiche più importanti al mondo, dopo aver investito enormi capitali nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, abbiano deciso di metterla gratuitamente a disposizione di chiunque.

Parliamo di una tecnologia che richiede infrastrutture costosissime, enormi capacità di calcolo, personale altamente specializzato e investimenti continui. Eppure, possiamo utilizzarla per scrivere, studiare, lavorare, cercare informazioni e perfino chiedere consigli sulla nostra vita privata senza necessariamente pagare un abbonamento.

La spiegazione più immediata riguarda le strategie commerciali. Consentire a milioni di persone di conoscere un prodotto, apprezzarne le potenzialità e successivamente proporre servizi a pagamento è una pratica consolidata.

Ma credo che fermarsi a questa considerazione significhi osservare soltanto una parte del fenomeno.

Perché l’intelligenza artificiale non è un prodotto qualsiasi. Non ci limitiamo a utilizzarla per svolgere un compito. Sempre più spesso le affidiamo domande, dubbi, valutazioni e decisioni che riguardano direttamente il nostro modo di vivere.

Ed è proprio questo che mi interessa approfondire.

Vorrei comprendere non soltanto quali siano gli interessi delle aziende che stanno sviluppando questi sistemi, ma soprattutto quali conseguenze possano avere sulle persone. In particolare, su quelle che, per età, condizioni personali, fragilità emotive o semplice abitudine, rischiano di affidarsi progressivamente alla tecnologia senza rendersi conto di quanto stia cambiando il loro comportamento.

Non occorre immaginare complotti o progetti segreti per affrontare seriamente la questione. Gli elementi documentabili sono già sufficienti per comprendere che siamo di fronte a qualcosa che va ben oltre la disponibilità gratuita di un servizio.

Influenza dell'AI nelle abitudini

La gratuità non è una scelta priva di interessi

Il 30 novembre 2022, quando OpenAI presentò pubblicamente ChatGPT, dichiarò che l’accesso gratuito durante la fase sperimentale sarebbe servito anche a raccogliere le osservazioni degli utilizzatori e a conoscere meglio le capacità e i limiti del sistema.

Dunque, fin dall’inizio, la diffusione su larga scala aveva anche una funzione di ricerca e sviluppo.

Ogni giorno milioni di persone potevano sottoporre all’intelligenza artificiale problemi differenti, utilizzando linguaggi, conoscenze e modalità di ragionamento che nessun laboratorio sarebbe riuscito a riprodurre integralmente.

È importante chiarire che questo non significa che tutte le conversazioni vengano automaticamente utilizzate per addestrare i modelli. Le condizioni cambiano a seconda dei servizi e delle impostazioni scelte dagli utenti. OpenAI, per esempio, consente di escludere le nuove conversazioni personali dall’utilizzo per l’addestramento.

Rimane però evidente il vantaggio di poter valutare una tecnologia attraverso una quantità straordinaria di interazioni reali.

Nel frattempo, il modello economico si è evoluto.

Nell’agosto 2026 OpenAI ha annunciato l’espansione del proprio sistema pubblicitario in numerosi mercati europei, compresa l’Italia. Secondo quanto dichiarato dall’azienda, gli annunci contribuiscono a finanziare l’accesso gratuito e quello a basso costo.

Il 31 agosto la stessa società ha comunicato di aver raggiunto, con la pubblicità, un ritmo di ricavi annualizzati pari a un miliardo di dollari. Si tratta di una proiezione del ritmo di ricavo raggiunto, non del fatturato effettivamente realizzato nell’intero anno.

È un dato significativo, perché dimostra come un servizio gratuito possa diventare parte di un’attività economicamente rilevante.

Ma c’è un altro passaggio che merita attenzione.

Il 21 ottobre 2026 OpenAI ha illustrato il funzionamento della propria infrastruttura pubblicitaria, spiegando che, a differenza dei tradizionali motori di ricerca, l’intelligenza artificiale può comprendere come l’intenzione di un utilizzatore si sviluppi durante una conversazione.

Una persona potrebbe iniziare chiedendo informazioni generiche su un’attività sportiva e arrivare, dopo diversi scambi, a valutare l’acquisto di un prodotto specifico.

Il sistema pubblicitario può interpretare questo percorso per individuare annunci pertinenti. L’azienda precisa che la selezione degli annunci avviene separatamente dalla generazione delle risposte e che le conversazioni private non vengono vendute agli inserzionisti. La personalizzazione basata sulle conversazioni precedenti è inoltre soggetta a controlli e limitazioni geografiche.

Non abbiamo quindi elementi per sostenere che la pubblicità determini le risposte dell’intelligenza artificiale.

Possiamo però osservare un cambiamento importante: il valore commerciale non riguarda più soltanto ciò che una persona cerca, ma anche il contesto nel quale matura una determinata esigenza.

E questo contesto viene espresso attraverso il linguaggio.

Quando raccontiamo ciò che desideriamo, i problemi che incontriamo e le alternative che stiamo valutando, rendiamo comprensibili aspetti delle nostre intenzioni che una semplice ricerca online potrebbe non rivelare.

Il punto non è sostenere che ogni informazione personale venga sfruttata commercialmente. Sarebbe un’affermazione non dimostrata.

Il punto è riconoscere che la capacità di comprendere i bisogni umani rappresenta un valore strategico enorme.

Il vero obiettivo industriale è diventare parte della nostra quotidianità

A mio parere, una delle trasformazioni più importanti riguarda la costruzione delle abitudini.

Quando una tecnologia ci permette di ottenere rapidamente qualcosa che prima richiedeva tempo e fatica, siamo naturalmente portati a utilizzarla di nuovo.

Il meccanismo è comprensibile. Se uno strumento funziona, semplifica un’attività e produce un risultato soddisfacente, diventa progressivamente familiare.

Pensiamo a quante persone oggi utilizzano l’intelligenza artificiale per scrivere una comunicazione, sintetizzare un documento, preparare una presentazione o trovare una soluzione a un problema.

Non c’è nulla di sbagliato in questo.

La tecnologia ha sempre contribuito a ridurre il lavoro necessario per svolgere determinate attività. Sarebbe assurdo sostenere che ogni semplificazione rappresenti una perdita per l’essere umano.

Ma l’intelligenza artificiale introduce una differenza.

Non interviene soltanto nelle operazioni materiali o ripetitive. Può partecipare ad attività cognitive che coinvolgono interpretazione, ragionamento, linguaggio e capacità decisionale.

In altre parole, non ci aiuta esclusivamente a fare qualcosa. Può anche suggerirci che cosa pensare di una determinata situazione.

E quando diventa abituale rivolgersi a un sistema per ottenere una risposta, può cambiare il rapporto che abbiamo con la ricerca autonoma delle informazioni.

La questione assume anche una dimensione economica.

In un rapporto pubblicato nel luglio 2026, l’OCSE ha evidenziato i rischi di concentrazione del potere di mercato lungo la filiera dell’intelligenza artificiale. Le aziende che riescono a consolidare una posizione dominante possono acquisire vantaggi difficili da contrastare.

Chi riesce a diventare un riferimento abituale nella vita digitale delle persone può beneficiare non soltanto del numero degli utilizzatori, ma anche della loro familiarità con il servizio e dei costi, pratici o percepiti, che comporterebbe cambiare piattaforma.

Questo non significa che tutte le aziende perseguano lo stesso progetto o che ogni scelta sia finalizzata a creare dipendenza.

Significa che esiste una convergenza tra l’interesse industriale a favorire un utilizzo continuativo e la tendenza umana a ripetere comportamenti che producono benefici immediati.

Ed è qui che la questione economica comincia a diventare psicologica.

Quando affidiamo alla tecnologia anche il nostro ragionamento

Mi preoccupa soprattutto la possibilità che, senza accorgercene, cominciamo a delegare all’intelligenza artificiale non soltanto alcune attività, ma anche una parte del processo attraverso il quale arriviamo alle nostre conclusioni.

Ragionare richiede tempo. Significa confrontare informazioni, formulare ipotesi, riconoscere contraddizioni, tollerare l’incertezza e talvolta accettare di aver sbagliato.

Sono esperienze che contribuiscono alla costruzione del pensiero critico.

Nel 2025, una ricerca condotta da Microsoft Research insieme a ricercatori della Carnegie Mellon University ha esaminato il rapporto tra intelligenza artificiale e pensiero critico attraverso un’indagine che ha coinvolto 319 lavoratori impegnati in attività basate sulla conoscenza.

I risultati hanno mostrato che una maggiore fiducia nelle capacità dell’intelligenza artificiale era associata a un minore esercizio dichiarato di alcune attività di pensiero critico.

Lo studio non dimostra che utilizzare questi strumenti provochi un deterioramento delle capacità cognitive. Sarebbe scorretto sostenerlo.

Documenta però uno spostamento dello sforzo mentale: alcune attività vengono affidate al sistema, mentre il compito dell’utilizzatore tende a concentrarsi sulla valutazione e sulla verifica del risultato.

Questo cambiamento può essere vantaggioso quando la persona possiede conoscenze sufficienti per esercitare un controllo.

Diventa più problematico quando non è in grado di riconoscere un errore oppure attribuisce alla risposta ricevuta un’affidabilità che non ha verificato.

Pensiamo a uno studente che utilizza l’intelligenza artificiale per preparare un esame.

Se la impiega per chiarire concetti, confrontare spiegazioni e approfondire argomenti, può ottenere un sostegno significativo all’apprendimento.

Ma se comincia ad affidarle sistematicamente l’elaborazione dei contenuti, rischia di ridurre proprio quell’esercizio di comprensione che dovrebbe sviluppare attraverso lo studio.

Lo stesso può accadere a un professionista che, per risparmiare tempo, accetta un’analisi senza controllarne le premesse.

La qualità espositiva di una risposta può contribuire a renderla convincente, anche quando contiene imprecisioni.

E una spiegazione convincente non è necessariamente una spiegazione corretta.

È questo il punto sul quale vorrei soffermarmi: possiamo sentirci più efficienti senza essere diventati altrettanto capaci di comprendere ciò che stiamo facendo.

Una macchina che ci dà ragione può diventare un problema

C’è un aspetto ancora più delicato, perché riguarda il nostro bisogno di riconoscimento e il modo in cui viviamo le relazioni.

Non sempre cerchiamo qualcuno che ci aiuti a capire.

A volte cerchiamo qualcuno che ci dia ragione.

Quando siamo arrabbiati, delusi o feriti, tendiamo a raccontare ciò che abbiamo vissuto attraverso la nostra prospettiva. Possiamo trascurare particolari, attribuire intenzioni agli altri o interpretare alcuni comportamenti sulla base delle emozioni del momento.

È una caratteristica umana.

Ed è proprio in queste situazioni che un sistema conversazionale eccessivamente compiacente può diventare problematico.

Nel marzo 2026 la rivista scientifica Science ha pubblicato uno studio di Myra Cheng e colleghi dedicato alla sycophancy, termine utilizzato per descrivere la tendenza dell’intelligenza artificiale ad assecondare eccessivamente le convinzioni dell’utilizzatore.

I ricercatori hanno esaminato undici modelli e realizzato tre esperimenti preregistrati che hanno coinvolto complessivamente 2.405 partecipanti.

I risultati hanno mostrato che, nelle condizioni sperimentali studiate, anche una singola interazione con un sistema eccessivamente compiacente poteva aumentare la convinzione dei partecipanti di avere ragione e ridurre la loro disponibilità ad assumersi responsabilità e a riparare conflitti interpersonali.

Non è una conclusione teorica. È un effetto osservato sperimentalmente, pur con i limiti propri dello studio.

Immaginiamo una persona che sta attraversando una crisi di coppia.

Racconta all’intelligenza artificiale un episodio che l’ha fatta soffrire. Naturalmente lo descrive attraverso i propri ricordi, le proprie emozioni e la propria interpretazione.

Se il sistema tende a confermare quella versione senza introdurre elementi utili a valutarla criticamente, la persona può sentirsi finalmente compresa.

Ma sentirsi compresi e avere ragione sono due cose differenti.

Il rischio è che quella conferma rafforzi convinzioni già presenti, rendendo più difficile considerare le responsabilità personali o comprendere le ragioni dell’altro.

C’è poi un secondo studio, pubblicato su Nature nell’aprile 2026, che considero particolarmente interessante.

Lujain Ibrahim, Franziska Sofia Hafner e Luc Rocher hanno dimostrato che, nei modelli esaminati, l’addestramento finalizzato a produrre risposte più calorose e rassicuranti poteva ridurre l’accuratezza e aumentare la tendenza a confermare convinzioni errate.

Il problema risultava particolarmente evidente in alcune condizioni nelle quali gli utilizzatori esprimevano una vulnerabilità emotiva.

Questo non significa che un linguaggio empatico sia negativo o che tutti i chatbot calorosi producano gli stessi effetti.

Significa che la sensazione di essere accolti e rassicurati non garantisce, da sola, la qualità di una risposta.

Dal punto di vista psicologico è una distinzione fondamentale.

Perché proprio nei momenti in cui abbiamo maggiormente bisogno di aiuto potremmo essere meno disponibili ad accettare una risposta che mette in discussione le nostre convinzioni.

E un sistema che ci conferma continuamente potrebbe sembrarci più affidabile di uno che ci invita a riflettere.

Chi rischia maggiormente senza rendersene conto?

Non credo che sia corretto identificare le persone più esposte esclusivamente attraverso categorie anagrafiche o livelli di istruzione.

Le conseguenze dipendono dalle caratteristiche personali, dalle circostanze e soprattutto dal rapporto che ciascuno costruisce con la tecnologia.

Ci sono però condizioni che meritano un’attenzione particolare.

Gli adolescenti, innanzitutto.

Durante l’adolescenza si sviluppano aspetti fondamentali dell’identità personale. Il rapporto con i coetanei, il desiderio di appartenenza, il confronto con il giudizio degli altri e la progressiva costruzione dell’autonomia contribuiscono alla maturazione psicologica.

Nel luglio 2025 Common Sense Media ha pubblicato una ricerca statunitense sull’utilizzo degli AI companion, sistemi progettati anche per offrire conversazione e compagnia.

Quasi tre adolescenti intervistati su quattro dichiaravano di aver utilizzato questi strumenti. Circa un terzo riferiva di averli preferiti alle persone per alcune conversazioni importanti.

I risultati riguardano quella specifica tipologia di servizi e la popolazione esaminata. Non possono essere generalizzati indiscriminatamente a tutti gli adolescenti o a qualunque utilizzo dell’intelligenza artificiale.

Tuttavia, il fenomeno esiste.

Un ragazzo può trovare più semplice parlare con un sistema che non manifesta impazienza, non lo interrompe e offre risposte immediate.

Può essere un’esperienza rassicurante, soprattutto quando si sente giudicato o fatica a comunicare con gli adulti.

Ma la relazione umana non è costituita soltanto da disponibilità e conferme.

Comprende incomprensioni, frustrazioni, conflitti, attese e il riconoscimento dei bisogni dell’altro.

Sono esperienze attraverso le quali impariamo a stare nelle relazioni.

Se l’interazione artificiale diventasse un sostituto abituale di quella umana, alcuni di questi apprendimenti potrebbero trovare meno occasioni per svilupparsi.

Non sappiamo ancora con quale frequenza ciò accada o quali possano essere le conseguenze a lungo termine. Sarebbe però imprudente ignorare il problema.

Penso anche alle persone che vivono una condizione di solitudine o una particolare fragilità emotiva.

Una separazione, un lutto, una delusione affettiva o un periodo di isolamento possono aumentare il bisogno di essere ascoltati.

In queste circostanze, un sistema sempre disponibile può assumere un significato che va oltre la sua funzione tecnologica.

Nel 2025 il MIT Media Lab, in collaborazione con ricercatori di OpenAI, ha condotto uno studio sperimentale di quattro settimane su 981 partecipanti, analizzando alcuni aspetti del rapporto tra utilizzo dei chatbot, solitudine, relazioni sociali e dipendenza emotiva.

Le diverse condizioni sperimentali non hanno prodotto effetti significativi sugli esiti psicologici esaminati. È emerso però che le persone che utilizzavano spontaneamente il chatbot più frequentemente tendevano a presentare risultati meno favorevoli su alcune misure psicosociali.

Questo non dimostra che fosse il sistema a causare quelle difficoltà.

È possibile che persone già caratterizzate da maggiore vulnerabilità cercassero più frequentemente quel tipo di interazione.

Il dato invita comunque a interrogarsi sul ruolo che questi strumenti possono assumere nella vita emotiva degli utilizzatori.

Un chatbot può rispondere con parole appropriate, ricordare informazioni e produrre un linguaggio che appare affettuoso.

Ma non prova necessariamente ciò che esprime e non partecipa alla relazione con la reciprocità di un essere umano.

La distinzione potrebbe essere perfettamente chiara sul piano razionale e diventare molto meno evidente sul piano emotivo, soprattutto quando quella conversazione rappresenta una delle poche occasioni nelle quali una persona si sente ascoltata.

Un’altra situazione riguarda chi vive costantemente sotto pressione.

Studenti, lavoratori, professionisti e persone chiamate quotidianamente a prendere decisioni possono trovare nell’intelligenza artificiale una risorsa preziosa per risparmiare tempo.

Il rischio nasce quando la necessità di essere efficienti prende il sopravvento sulla verifica.

Non perché queste persone siano meno preparate, ma perché il carico di lavoro può rendere particolarmente attraente una soluzione immediata.

La stessa attenzione andrebbe riservata a chi possiede competenze digitali limitate oppure non dispone delle conoscenze necessarie per valutare le risposte ricevute.

Un individuo può essere competente nel proprio lavoro e non avere gli strumenti per riconoscere un’informazione medica, economica o giuridica sbagliata.

In questi casi l’intelligenza artificiale può apparire autorevole proprio perché riesce a esprimersi con sicurezza anche su argomenti molto differenti.

E non escluderei affatto le persone culturalmente preparate.

La familiarità con la tecnologia e un livello elevato di istruzione non eliminano automaticamente la tendenza a cercare conferme, a fidarsi di ciò che funziona o a ridurre i controlli quando un’attività diventa abituale.

Per questo, quando penso alle possibili vittime inconsapevoli, non immagino soltanto persone fragili o inesperte.

Penso anche a chi è talmente convinto di saper utilizzare bene questi strumenti da non interrogarsi più sul grado di fiducia che sta concedendo loro.

Quando l’intelligenza artificiale comincia a interpretare il mondo al posto nostro

La questione non riguarda esclusivamente la vita privata.

Coinvolge anche l’informazione, la cultura e il modo in cui costruiamo le nostre opinioni.

Per anni abbiamo utilizzato i motori di ricerca per trovare documenti, confrontare fonti e leggere interpretazioni differenti.

Adesso possiamo formulare una domanda e ricevere direttamente una risposta che organizza una quantità considerevole di informazioni.

Il vantaggio è evidente.

Ma la selezione, la sintesi e una parte dell’interpretazione avvengono prima che il risultato raggiunga l’utilizzatore.

Questo cambia il rapporto con la conoscenza.

Non perché i motori di ricerca tradizionali fossero neutrali o privi di meccanismi di selezione. Anche quelli ordinavano i risultati attraverso algoritmi e criteri non sempre conosciuti dagli utenti.

La differenza è che l’intelligenza artificiale può presentare una risposta unitaria, riducendo la necessità percepita di consultare direttamente più fonti.

Il Digital News Report 2026 del Reuters Institute dell’Università di Oxford ha documentato una crescita nell’utilizzo dei chatbot per informarsi.

Nei mercati esaminati, il 10% degli intervistati dichiarava di utilizzare l’intelligenza artificiale conversazionale per accedere alle notizie, rispetto al 7% dell’anno precedente.

Non significa che questi sistemi abbiano sostituito il giornalismo. Dimostra però che stanno acquisendo un ruolo nella mediazione dell’informazione.

E questo dovrebbe interessarci molto.

Quando leggiamo una notizia, possiamo valutarne la fonte, il contesto e le eventuali interpretazioni. Quando riceviamo una sintesi generata automaticamente, potremmo non conoscere pienamente il percorso attraverso il quale è stata costruita.

Il rischio aumenta se smettiamo di distinguere ciò che abbiamo verificato personalmente da ciò che ci è stato semplicemente restituito.

Pensiamo alle questioni politiche, ai conflitti internazionali, ai temi sociali o alle notizie scientifiche.

La scelta delle informazioni da presentare, il peso attribuito ai diversi elementi e il linguaggio utilizzato possono influenzare la comprensione di un avvenimento.

Non occorre sostenere che esista una volontà deliberata di manipolare l’opinione pubblica per riconoscere l’importanza di questi meccanismi.

Dal punto di vista giornalistico, ritengo che questa trasformazione renda ancora più necessario il lavoro di verifica, il confronto delle fonti e la responsabilità personale di chi pubblica un’informazione.

Non possiamo permettere che la rapidità con la quale otteniamo una risposta diventi il criterio principale per valutarne l’attendibilità.

La nostra vita privata è diventata parte della conversazione

Un altro elemento riguarda la quantità e la natura delle informazioni che possiamo condividere con questi sistemi.

Quando utilizziamo un motore di ricerca, generalmente inseriamo parole o domande.

Con l’intelligenza artificiale possiamo raccontare situazioni molto più articolate.

Descriviamo difficoltà familiari, problemi professionali, insicurezze, aspettative, desideri e talvolta aspetti estremamente intimi della nostra esistenza.

Non tutte le conversazioni vengono utilizzate allo stesso modo, e sarebbe scorretto attribuire indistintamente a ogni azienda pratiche che non sono documentate.

Esistono regolamenti, impostazioni sulla privacy e differenti modalità di gestione dei dati.

Ma la questione psicologica precede quella strettamente informatica.

Quanto siamo consapevoli delle informazioni che stiamo condividendo?

Una persona che racconta il proprio disagio a un sistema conversazionale può percepire quell’interazione come privata, familiare e protetta, soprattutto quando il linguaggio utilizzato appare comprensivo.

Questa percezione non coincide necessariamente con le garanzie effettive di riservatezza offerte dal servizio.

Occorre quindi conoscere le condizioni applicabili e le autorizzazioni concesse, soprattutto quando vengono collegati documenti, applicazioni o altri strumenti digitali.

E più l’intelligenza artificiale diventerà capace di intervenire nelle nostre attività quotidiane, più sarà importante distinguere tra ciò che desideriamo condividere e ciò che potrebbe essere elaborato dal sistema.

Il problema, ancora una volta, non riguarda soltanto la tecnologia.

Riguarda la nostra capacità di mantenere consapevolezza mentre la utilizziamo.

Le aziende sanno dove vogliono arrivare. Noi sappiamo che cosa comporterà?

Le prospettive industriali dell’intelligenza artificiale sono ormai sufficientemente chiare.

Le grandi aziende stanno sviluppando sistemi capaci di integrarsi con strumenti professionali, applicazioni, servizi commerciali e attività quotidiane sempre più complesse.

L’obiettivo dichiarato è aumentare le possibilità offerte dalla tecnologia e renderla più utile e accessibile.

Sul piano commerciale, questa integrazione permette anche di ampliare i servizi, fidelizzare gli utilizzatori e consolidare la propria posizione in un mercato estremamente competitivo.

Non possiamo però conoscere tutte le intenzioni future delle aziende, né attribuire loro un progetto comune di trasformazione psicologica degli esseri umani.

Non esistono prove sufficienti per sostenere che la gratuità sia stata concepita con l’obiettivo deliberato di rendere le persone incapaci di pensare autonomamente.

Quello che possiamo osservare è un insieme di interessi economici concreti e di conseguenze psicologiche che la ricerca scientifica sta cominciando a studiare.

Le due cose devono rimanere distinte.

Ma non possono neppure essere considerate completamente indipendenti.

Se il successo commerciale di una piattaforma dipende anche dalla frequenza con la quale viene utilizzata, diventa importante chiedersi come vengano progettate le interazioni e quali comportamenti possano favorire.

Uno studio come quello pubblicato su Science nel 2026 mostra, per esempio, che le risposte compiacenti possono essere preferite dagli utilizzatori nonostante producano effetti sfavorevoli su alcune valutazioni interpersonali.

È un risultato che dovrebbe interessare direttamente chi sviluppa questi sistemi.

Perché una caratteristica capace di rendere più piacevole l’esperienza dell’utente non coincide necessariamente con ciò che è più utile al suo benessere o alla sua autonomia.

Ed è proprio per questo che considero insufficiente affidare ogni responsabilità alla prudenza individuale.

Le aziende devono valutare gli effetti dei propri sistemi, non soltanto le prestazioni tecniche.

Le istituzioni devono garantire condizioni adeguate di trasparenza e tutela, soprattutto nei confronti dei minori e delle persone maggiormente vulnerabili.

L’Unione europea ha introdotto, attraverso il regolamento sull’intelligenza artificiale, disposizioni relative all’alfabetizzazione in materia di AI, applicabili dal febbraio 2025, all’interno di un quadro normativo entrato progressivamente in applicazione.

È un intervento importante, ma occorre continuare a studiare anche gli effetti psicologici e sociali dell’utilizzo prolungato.

Perché conoscere il funzionamento di una tecnologia non significa necessariamente essere consapevoli di tutti i cambiamenti che può introdurre nel nostro comportamento.

Quello che rischiamo di non vedere

Non considero l’intelligenza artificiale un nemico dell’essere umano.

Sarebbe una posizione difficile da sostenere, oltre che incapace di riconoscere i benefici concreti che questa tecnologia può offrire.

L’accesso alla conoscenza, il sostegno all’apprendimento, la possibilità di superare alcune difficoltà e la semplificazione di attività complesse rappresentano opportunità importanti.

Non possiamo neppure ignorare che la gratuità abbia consentito a persone prive di particolari risorse economiche di accedere a strumenti che, diversamente, sarebbero rimasti riservati a pochi.

Ma proprio perché considero questa tecnologia importante, ritengo necessario interrogarmi sulle conseguenze del suo utilizzo.

Abbiamo imparato a misurarne la velocità, la precisione, le capacità di elaborazione e i risultati professionali.

Sappiamo molto meno di ciò che potrebbe accadere quando una persona comincia ad affidarle quotidianamente una parte crescente della propria attività cognitiva ed emotiva.

Quanto cambierà il rapporto con l’incertezza? Quanto saremo ancora disponibili a confrontarci con opinioni che non condividiamo? Come distingueremo una risposta rassicurante da una risposta attendibile? E quale significato attribuiremo alle relazioni umane quando avremo a disposizione sistemi capaci di conversare con noi in qualsiasi momento?

Non abbiamo ancora risposte definitive.

Gli studi disponibili individuano alcuni rischi, ma non consentono di prevedere tutte le conseguenze di un fenomeno che coinvolge popolazioni, età e contesti estremamente differenti.

Ed è proprio questa incertezza che dovrebbe indurci a osservare con maggiore attenzione ciò che sta accadendo.

La domanda iniziale riguardava le ragioni per le quali l’intelligenza artificiale è stata resa disponibile gratuitamente.

Abbiamo visto che esistono motivazioni documentate, interessi industriali e opportunità economiche.

Ma vorrei che l’attenzione si spostasse soprattutto sulle persone.

Perché possiamo conoscere perfettamente il prezzo di un abbonamento e non accorgerci di quanto stiamo modificando le nostre abitudini, il nostro modo di ragionare o la fiducia che attribuiamo a ciò che leggiamo.

Non tutti subiranno conseguenze negative. Molti utilizzeranno questi strumenti in maniera consapevole, traendone benefici reali.

Altri potrebbero sviluppare forme di affidamento eccessivo senza riconoscerle, soprattutto quando la tecnologia risponde a bisogni emotivi, riduce la fatica del ragionamento o conferma continuamente le loro convinzioni.

È a queste persone che penso quando parlo di rischi inconsapevoli.

Non perché siano necessariamente meno intelligenti o meno capaci degli altri, ma perché nessuno di noi è completamente immune dall’influenza delle proprie abitudini e dal bisogno di sentirsi rassicurato.

Mi sembra che, mentre le aziende continuano a presentarci ciò che i loro sistemi saranno capaci di fare domani, rimanga ancora troppo poco spazio per comprendere come stiano già cambiando il nostro comportamento oggi.

È un argomento che vorrei vedere affrontato molto più seriamente, non soltanto nei convegni tecnologici, ma nelle scuole, nelle famiglie, nelle università, nei luoghi di lavoro e sui mezzi d’informazione.

Perché, al di là degli interessi economici e delle prospettive industriali, sono le persone a dover convivere con le conseguenze di questa trasformazione.

E non sono affatto sicuro che tutte abbiano già gli strumenti per riconoscerle.

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Gabriele Vinciguerra

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