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Robot sessuali, compagni artificiali e corpi costruiti su misura. Il punto non è decidere se la tecnologia sia buona o cattiva, ma capire quale idea di relazione stiamo trasformando in un prodotto.

All’inizio viene quasi da sorridere. Una bambola dalle sembianze umane che muove gli occhi, inclina la testa, riconosce il contatto e riesce persino a sostenere una conversazione sembra ancora appartenere a quel futuro un po’ grottesco che abbiamo imparato a guardare nei film. Poi arrivano le frasi con cui alcuni di questi prodotti vengono raccontati: non si lamenta, non tradisce, non pretende denaro, non scompare. Ed è in quel momento che la curiosità lascia spazio a qualcosa di più scomodo.

Perché qui il problema non è più soltanto il sesso con una macchina. È il significato attribuito alla macchina quando viene proposta come alternativa conveniente a una persona reale.

La tecnologia non è un nemico e sarebbe intellettualmente povero trattarla come tale. I robot sociali possono trovare applicazioni importanti nell’assistenza, nella riabilitazione, nella disabilità e nella cura di persone che vivono condizioni di isolamento. La ricerca invita a valutarne insieme benefici e rischi, evitando sia gli entusiasmi ingenui sia le previsioni catastrofiche. Il punto, semmai, è osservare quale funzione attribuiamo a questi dispositivi e che cosa chiediamo loro di sostituire.

Il desiderio entra nel catalogo

La moda non riguarda soltanto ciò che indossiamo. Da sempre partecipa alla costruzione dei corpi, delle identità e delle forme attraverso cui una società stabilisce che cosa sia desiderabile. Produce immagini, anticipa gusti, rende visibili alcuni modelli e ne lascia altri ai margini. In questa prospettiva, il corpo artificiale non è estraneo al mondo della moda e dell’immaginario: ne rappresenta, piuttosto, una possibile estremizzazione.

Non scegliamo più soltanto un abito destinato a valorizzare un corpo. Possiamo scegliere il corpo stesso. Il volto, le proporzioni, la voce, il colore degli occhi, il carattere simulato, la disponibilità affettiva e sessuale. La persona viene scomposta in caratteristiche acquistabili e ricomposta secondo il gusto del cliente. È la logica della personalizzazione portata dentro l’intimità.

Finché si tratta di una fantasia dichiarata o di un oggetto utilizzato nella vita sessuale di adulti consenzienti, non c’è ragione di costruire un processo morale. La sessualità umana ha sempre incluso oggetti, immagini e immaginazione. Il passaggio che merita attenzione avviene quando l’oggetto assume l’aspetto e il ruolo di qualcuno, mentre continua a essere trattato come qualcosa.

Quello che si acquista, allora, non è soltanto un corpo. È una presenza che sembra umana ma non dispone della libertà che rende umano un incontro. Non può cambiare idea, sottrarsi, attraversare una giornata difficile, chiedere di essere ascoltata o decidere che quella relazione non le appartiene più. Il vantaggio commerciale coincide con l’eliminazione dell’imprevisto che ogni persona porta con sé.

Il mercato comprende molto bene la nostra fatica. Sa che la solitudine pesa, che il rifiuto ferisce, che una relazione richiede tempo e che non tutti possiedono le stesse opportunità di incontrare qualcuno. Il rapporto pubblicato nel 2025 dalla Commissione dell’Organizzazione mondiale della sanità sulla connessione sociale descrive isolamento e solitudine come fenomeni diffusi, con conseguenze rilevanti sulla salute e sulla vita collettiva. Quando un bisogno raggiunge queste dimensioni, diventa inevitabilmente anche uno spazio economico.

Il mercato può intercettare un dolore senza necessariamente curarlo. Può rendere la solitudine meno percepibile, offrirle una voce, un volto e una risposta sempre disponibile. Ma una presenza programmata per reagire non coincide con qualcuno che sceglie di esserci. La differenza può sembrare filosofica finché non riguarda il modo in cui ci abituiamo a pensare le relazioni.

Una compagna costruita per non avere esigenze

La maggior parte del discorso commerciale e mediatico sui robot sessuali continua a utilizzare corpi femminili giovani, sessualizzati e disponibili. Non è un dettaglio estetico. Le tecnologie vengono progettate dentro una cultura e finiscono spesso per assorbirne le gerarchie, anche quando chi le sviluppa non dichiara alcuna intenzione ideologica.

Una revisione degli studi sul genere attribuito ai robot umanoidi ha rilevato che l’effetto più consistente non riguarda necessariamente la simpatia o l’accettazione della macchina, ma la stereotipizzazione. Voci, corpi e ruoli femminilizzati tendono a essere associati più facilmente a cura, servizio e disponibilità; quelli maschilizzati a competenza, autorità e funzioni tecniche. Questo non significa che ogni robot femminile produca sessismo. Significa che il design può ripetere associazioni già presenti nella società e restituirle come se fossero naturali.

Quando una bambola viene promossa dicendo che, a differenza di una donna, non si lamenta e non tradisce, non si sta vendendo soltanto facilità d’uso. Si propone un’idea precisa di femminilità desiderabile: silenziosa, controllabile, sempre accessibile e priva di un progetto proprio. La donna reale diventa complicata proprio perché possiede una volontà.

Ridurre il tema a uno scontro tra generi significherebbe perderne la parte più importante. Anche l’uomo viene rappresentato in modo degradante: incapace di sostenere un rifiuto, infastidito dall’autonomia dell’altra persona, interessato soltanto alla gratificazione e alla possibilità di esercitare il controllo. È una mascolinità povera, costruita intorno all’idea che il desiderio maschile sia incompatibile con la reciprocità.

Non credo che la maggioranza degli uomini desideri una compagna senza voce. Credo però che un prodotto possa trovare mercato facendo leva su fantasie, paure e risentimenti che già esistono. I commenti violenti o misogini che accompagnano alcuni contenuti non dimostrano che il dispositivo li abbia generati. Mostrano piuttosto quanto facilmente un oggetto possa diventare il luogo in cui certe rappresentazioni si sentono autorizzate a emergere.

L’orgasmo e tutto ciò che rimane fuori

L’orgasmo non è un gesto insignificante. Diventa però una semplificazione quando viene utilizzato per ridurre la sessualità a un risultato da ottenere, separandola da tutto ciò che accade prima, durante e dopo l’incontro con un’altra persona.

Il sesso può essere leggero, occasionale, privo di un progetto sentimentale. Non per questo smette di contenere segnali, limiti, esposizione, ascolto e consenso. Anche in una relazione breve, l’altro rimane un soggetto. Può desiderare qualcosa di diverso, fermarsi, provare disagio oppure non corrispondere all’immagine che avevamo costruito.

Con una macchina programmata per assecondare, questa complessità può essere rimossa. È comprensibile che ciò appaia rassicurante a chi vive il rifiuto come un’umiliazione, teme il confronto o si sente escluso dalle relazioni. Non disponiamo, tuttavia, di prove sufficienti per sostenere che l’uso dei sex robot produca automaticamente dipendenza, misoginia o isolamento. La più ampia revisione della letteratura disponibile ha evidenziato proprio la scarsità degli studi empirici sugli utilizzatori e sugli effetti nel tempo: molte affermazioni, positive o negative, rimangono ancora ipotesi.

Questa incertezza non autorizza né la condanna né l’indifferenza. Suggerisce di affrontare il fenomeno prima che il mercato ne stabilisca da solo significati e limiti.

Una tecnologia di compagnia può essere utile quando sostiene l’autonomia di una persona, la aiuta a mantenere contatti, attenua temporaneamente un isolamento o facilita un percorso verso relazioni possibili. Diventa più problematica quando il suo successo economico dipende dal trattenere l’utente in un rapporto esclusivo e completamente prevedibile, facendogli apparire l’essere umano come una versione difettosa del prodotto.

Stiamo diventando molto bravi a costruire macchine capaci di imitarci, ma rischiamo di chiedere alle persone di comportarsi come macchine: essere disponibili, leggibili, efficienti, prive di contraddizioni e facilmente sostituibili.

Il corpo artificiale non ci dice soltanto fin dove è arrivata la tecnologia. Ci mostra anche quale parte della relazione siamo tentati di eliminare quando l’altro non coincide con ciò che desideriamo.

Una società che trasforma la libertà dell’altro in un difetto di progettazione dovrebbe almeno fermarsi a capire che cosa sta chiamando progresso.

Fonti

Nicola Döring, M. Rohangis Mohseni, Roberto Walter, “Design, Use, and Effects of Sex Dolls and Sex Robots: Scoping Review”, Journal of Medical Internet Research, 2020. DOI: https://doi.org/10.2196/18551

Tony J. Prescott, Julie M. Robillard, “Are Friends Electric? The Benefits and Risks of Human-Robot Relationships”, iScience, 2021. DOI: https://doi.org/10.1016/j.isci.2020.101993

Giulia Perugia, Dominika Lisy, “Robot’s Gendering Trouble: A Scoping Review of Gendering Humanoid Robots and Its Effects on HRI”, International Journal of Social Robotics, 2023. DOI: https://doi.org/10.1007/s12369-023-01061-6

World Health Organization, “From Loneliness to Social Connection: Charting a Path to Healthier Societies”, Report of the WHO Commission on Social Connection, 2025. https://www.who.int/publications/i/item/978240112360

Articolo di: Gabriele Vinciguerra

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